domenica 27 gennaio 2013

MPS E PD !

     DIECI DOMANDE (INQUIETANTI) DI UN QUOTIDIANO ON LINE INDIPENDENTE




L'EDITORIALE

10 domande (inquietanti) sul caso Monte dei Paschi

Le responsabilità del Pd. Le distrazioni degli organi di controllo. I dubbi sulla reale intossicazione del sistema bancario italiano. Gli interrogativi sullo scandalo dell'istituto senese.

di Paolo Madron
editoriale
Nel tipico atteggiamento italico di chi si rammarica della fuga dei buoi dopo aver lasciato aperte le porte della stalla, la vicenda del Monte dei Paschi si sta allargando a macchia d’olio, prendendo due direttrici su cui c’è ancora molto da indagare. Quella finanziaria, che riguarda le spericolate operazioni di finanza strutturata fatte dall’istituto senese nel tentativo di raddrizzare i conti. Quella politica, sulla presunta maxi tangente il cui sospetto prende le mosse dall’ingiustificato sovrapprezzo pagato nel 2007 da Mps per rilevare dal Banco di Santander il controllo di Antonveneta, e dalla scoperta di un conto londinese in cui parte di quei soldi (si parla di quasi 2 miliardi di euro) sarebbero finiti e da lì parzialmente fatti rientrare in Italia dopo essere stati fiscalmente scudati, ergo ripuliti.
SCANDALO CHE MINA IL VOTO. Uno scandalo di proporzioni devastanti, che rischia di far saltare il fragile sistema finanziario del paese nonché condizionare gli esiti della campagna elettorale alla vigilia del voto. E che nondimeno pone una serie di interrogativi cui spetterà alle istituzioni di controllo - ivi compresa la magistratura - trovare risposta.


1) I guai del Monte dei Paschi nascono poco prima del crollo della banca d'affari Lehman Brothers, evento che dette l’avvio alla spirale recessiva che ancora ci avvolge. Mps sborsò 9 miliardi di euro per la popolare Antonveneta, che pochi mesi prima il Banco di Santander aveva acquistato per 6. Interrogativi e sospetti che fin da allora analisti e giornali avanzarono sull’operazione non toccarono evidentemente Bankitalia, ovvero colei che autorizzò (in tempi molto, forse troppo, rapidi l’operazione). Come mai?


2) Solitamente compravendite di tale importo contengono nei contratti che le regolano una serie di clausole cautelative. Una, in particolare, è ben conosciuta anche da noi perché esercitata dalla Pirelli quando nel 2001 rilevò il controllo della Telecom. Si tratta di una clausola che consente, in presenza di eventi straordinari tali da stravolgere il contesto in cui la transazione è avvenuta, di rivederne il prezzo. Nel 2001 fu l’attentato alle Torri Gemelle e la conseguenza ricaduta sui mercati finanziari del mondo a farla scattare. Nel caso di Antonveneta un evento dalle conseguenze epocali come la caduta di Lehman Brothers avrebbe giustificato di per sé la revisione. Peccato che quella clausola nel contratto tra italiani e spagnoli non ci fosse. Perché?


3) Per fare l’operazione Antonveneta si sarebbe potuto optare per una soluzione carta contro carta (ovvero uno scambio azionario) o mista, ovvero azioni e contanti. Nulla di tutto questo avvenne, l’acquisto fu pagato cash. Follia? Sì, ma perversamente razionale. Poiché l’azionista di maggioranza assoluta della banca senese, la Fondazione Mps, non voleva diluire la sua partecipazione, si svenò tirando fuori dal suo portafogli 2 miliardi di euro. All’epoca, eravamo in presenza di una normativa che obbligava le Fondazioni a ridurre in modo consistente la loro presenza nel capitale delle banche. E per due ragioni: una, politica, ovvero allentare la presa degli enti locali, leggi la politica, sul mondo del credito. La seconda, perché i criteri di investimento del patrimonio di dette Fondazioni fossero improntati a un basso profilo di rischio. Non solo dunque denaro principalmente investito nella banca sottostante, ma allocato in una serie di asset che meglio salvaguardassero la sana e prudente gestione. Come mai governo e Bankitalia non sono intervenuti?


4) Negli anni precedenti all’acquisto di Antonveneta, Mps aveva avuto almeno due occasioni per ridurre l’asfissiante presa della Fondazione sul suo capitale. Una con la Bnl, con cui gli allora vertici della banca senese proposero la fusione. Un’altra con il Banco di Bilbao, che aveva visto nell’istituto una buona occasione per mettere piede in Italia. Chi fece saltare i due tavoli? Solo la Fondazione o ci furono pesanti pressioni della politica locale perché non si facesse nulla? Che poi, a ben pensare, è la stessa cosa visto che la prima era diretta emanazione della seconda.


5) La politica locale, appunto. Il Pd, che ha governato negli enti - comune, provincia, etc - cui spetta la nomina degli amministratori della Fondazione, porta una responsabilità oggettiva della situazione. Con tuttavia delle attenuanti: per molto tempo le lotte intestine tra Roma e la locale federazione hanno impedito il cambiamento degli assetti proprietari. Dal 2007 in poi Monte dei Paschi ha smesso di essere un istituto di stretta appartenenza piddina, per aprire anche ad altri schieramenti. Non a caso, quando Giuseppe Mussari cercò di cambiare aria puntando al vertice dell’Abi, l’associazione delle banche italiane, tra i suoi sponsor più convinti ci fu l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Può però il Pd onestamente sostenere di aver fatto tutto quello che era in suo possesso per scongiurare l’epilogo che in queste ore la cronaca ci mette davanti? Può dire che sono bastate un anno fa le dimissioni del sindaco Ceccuzzi e il commissariamento del Comune per assolversi dalle sue responsabilità?


6) Chiamata in causa da più parti, la Banca d’Italia rivendica la bontà del suo operato. Lo fa però con motivazioni che rischiano di essere un boomerang. I controlli e le ispezioni fatte, l’ultima nel 2010, avevano rivelato anomalie e alti profili di rischio nella gestione finanziaria, così come evidenziato nei rapporti degli ispettori. E allora perché la banca centrale non è intervenuta per tempo? Ha forse pensato che un cambio dei vertici della banca (per altro rivendicato da più parti) avrebbe costituito di per sé la panacea di tutti i guai? A capo della vigilanza di Bankitalia c’era all’epoca dei fatti Anna Maria Tarantola, oggi presidente della Rai per volere di Mario Monti. La signora non ha nulla da dire su una vicenda le cui irregolarità si sono consumate mentre la sorveglianza era di sua competenza?


7) Si è sempre detto che il sistema bancario italiano è solido, non essendo stato compromesso (se non in minima parte) da quelle operazioni di finanza strutturata che hanno imbottito di prodotti tossici i bilanci di molti istituti esteri. Ebbene, questa vicenda Mps impone una immediata controprova. Ovvero un altro test sulla qualità degli attivi di tutto il sistema bancario, possibilmente facendo in modo che non ci siano casseforti inaccessibili ai vigilanti dove occultare gli asset spazzatura. Bankitalia pensa di muoversi in questa direzione o ritiene di nascondersi dietro la teoria della mela marcia il cui comportamento di malaffare resta un caso isolato?


8) Vista l’impotenza delle autorità di controllo a scovare e reprimere le operazioni di bilancio parallele, non sarebbe il caso che il legislatore si desse da fare per varare una normativa che ne delimita l’uso a fini circoscritti? Si è osservato che il derivato di per sé non è uno strumento del demonio, specie se protegge un investimento dai contraccolpi del rischio. Ma se diventa fine a se stesso, il prodotto finisce per originare una serie di transazioni fuori controllo completamente slegate dal sottostante che le ha generate. Il presidente della Consob ha in questi giorni ricordato un dato che deve far riflettere: a fronte di un Prodotto interno lordo (Pil) mondiale che ha raggiunto lo scorso anno i 71 trilioni di dollari, l’ammontare complessivo delle operazioni in prodotti derivati è di 650 trilioni. Insomma, il mondo è ancora seduto su una mina che può farlo saltare.


9) Ancorché ridotta, l’influenza e il peso delle Fondazioni nel sistema economico italiano non risponde ai necessari requisiti di controllo. Le Fondazioni sono diventate un potere autoreferenziale, che spesso si trova ad amministrare con piena discrezionalità un patrimonio ingente, e che non deve rispondere ad alcuno delle sue (spesso discutibili) scelte di investimento. Occorre che il prossimo governo ripensi completamente una legge che spesso è stata elusa o, come nel caso del Monte dei Paschi, assai tardivamente applicata. Non basta la riduzione della partecipazione nelle banche, non basta la sanzione del conflitto di interessi che scatta in presenza di amministratori che sono contemporaneamente controllori e controllati. Non occorrerebbe forse un controllo più stringente sui flussi di denaro e le finalità del loro impiego? Visto che, in ultima istanza, di soldi pubblici si tratta.


10) Ultima domanda, che riguarda l’attuale pietra dello scandalo. Il governo sta per autorizzare la concessione di un prestito di quasi 4 miliardi di euro alla banca senese, i cosiddetti Monti bond a integrazione degli 1,9 già autorizzati dal precedente esecutivo. Anche qui, sono state introdotte le opportune cautele per ridurre il profilo di rischio dell’intervento statale? Detto altrimenti, il contratto che regola il prestito si preoccupa della futura solvibilità del suo debitore? O, ancora più esplicitamente, sono o saranno attivati gli opportuni meccanismi perché il finanziamento (ora rimborsabile a un tasso d’interesse molto vantaggioso per il prestatore) non si trasformi in una dazione a fondo perduto?
Twitter @paolomadron
Sabato, 26 Gennaio 2013


PER RIDERE !!! MICA TANTO POI !

sabato 26 gennaio 2013

Sondaggi, primo effetto Mps!!


VERSO LE ELEZIONI

Sondaggi,primo effetto Mps: Bersani e Monti giù, Grillo e Berlusconi in rimonta.

Il crac del Monte dei Paschi di Siena fa male, malissimo al Pd e bene, benissimo al Movimento 5 Stelle. Non solo come immagine, conPierluigi Bersani sotto schiaffo e Beppe Grillo nei panni a lui più congeniali, quello del fustigatore. Anche i sondaggi lo confermano. In quello di Sky Tg24realizzato da Tecnè, per esempio, Pd e Sel continuano la loro discesa: dal 35% del 19 gennaio il centrosinistra è passato al 34,1 di oggi. Guadagnano, invece, PdlLega e La Destra che dal 26,5% salgono al 27,6%, guadagnando oltre un punto percentuale. Dallo scandalo Mps non è uscito bene nemmeno il governo. E la diretta emanazione dell'esecutivo dei tecnici, il Centrino di Monti, Casini e Fini, ha subito le conseguenze: il 19 gennaio laLista Monti era al 15,2%, oggi ha perso 1,2 punti fissandosi a un misero 14 per cento. Nuovo sorpasso, allora, per Grillo e 5 Stelle, di nuovo terzo partito con il 14,6% (+0.6% rispetto a una settimana fa). E Ingroia? Rivoluzione Civile è fondamentalmente stabile: rl calo nei sondaggi si può tradurre, inevitabilmente, in un emorragia di voti. Il Partito democratico, attaccato da destra ed eroso in maniera inesorabile da sinistra da quelli che fino a poco tempo fa considerava amici, inizia a farsi i conti in tasca: il terrore è quello di perdere, da qui a un mese, il 4% dei consensi che andranno inevitabilmente a ingrossare le fila di chi sta picchiando duro sulla questione Pd-banche-moralità, vale a dire Antonio Ingroia e, rieccolo, Beppe Grillo. In tutto, si tratterebbe di un milione e mezzo di voti in meno. Se così fosse, Bersani potrebbe scordarsi la vittoria e anche i giochi alla Camera potrebbero clamorosamente riaprisiecupera e torna all'originario 4,8%, ma ancora non riesce a sfondare quota 5 punti. 

venerdì 25 gennaio 2013

Il Pd non c'entra nulla con Mps. Come no!?!?!

Il Pd non c'entra nulla con Mps. Come no/1

L'IPOCRISIA DI TABACCI!
"In Toscana lo sanno tutti che per anni le forze del centrosinistra hanno dato le carte e ripartito i ruoli sul Monte dei Paschi, che è stato una greppia per tanti nella quale anche i popolari hanno fatto la loro parte. D'altronde la stessa vicenda del Pd nasce da tutte queste storie della Margherita e del Pd che pesano, che lasciano il segno e che rendono difficile un reale rinnovamento di uomini e di contenuti (...) Evidentemente il centro di potere, che gravita ancora per poco intorno a Siena, è ancora appetibile dai professionisti della poltrona. Strano perché ci arrivano dichiarazioni di dissesto della banca a ogni piè sospinto che chiedono tagli e sacrifici solo per i dipendenti peones. Questa politica che ci racconta senza spiegarsi il perché la storia di un istituto di credito ridotto al lumicino, lo considera però un luogo da occupare, distribuiti nelle fila di questo o di quell’altro gruppo ritornano sempre i soliti nomi che hanno amministrato e disfatto Rocca Salimbeni".
Bruno Tabacci, 24 ottobre 2012, ex candidato alle primarie del centrosinistra e oggi candidato con il centrosinistra alle elezioni-
Ieri in conferenza congiunta con Vendola e Bersani difendeva il PD!



Il Pd non c'entra nulla con Mps. Come no /2

L'AUTOGOOL DI FASSINA!
Stefano Fassina intervistato  da Repubblica, rispondendo agli “sciacalli” che in queste ore stanno dicendo che il centrosinistra in un certo rapporto con Mps ce l’ha, dice che i nuovi organi dirigenti della Monte dei Paschi di Siena hanno fatto cambiare rotta a Mps, e oggi le cose sono molte diverse rispetto a qualche tempo fa. Dice Fassina: “Grazie alle scelte coraggiose compiute dal sindaco uscente Franco Ceccuzzi, che ha affidato a manager indipendenti e capaci come Fabrizio Viola e Alessandro Profumo la guida dell’istituto, penso che il piano industriale sia in grado di far uscire Mps dalla sua crisi”. In sostanza, Fassina dice che è grazie a un sindaco del Pd (Ceccuzzi) che la banca ha trovato un nuovo assetto e un nuovo piano industriale, confermando quindi in modo sincero e franco che a Siena, ovviamente, la politica, come ricordava tempo fa un esponente del centrosinistra come Bruno Tabacci, ha un ruolo non secondario nell’indirizzare i destini di una banca, e che quindi, indirettamente o indirettamente, una sua responsabilità, seppur politica, ce l’ha in quello che succede nella banca. Nel bene ma anche nel male, no?



Il Pd non c'entra nulla con Mps. Come no /3

LA TRISTE VERITA' DI RENZI !
“La politica non deve mettere bocca su chi una banca deve comprare o no. E il discorso vale anche per quanto successo a partire dalla storica della Banca 121, prima ancora che a partire dalle vicende più recenti. Non c’era la necessità che un certo modo di concepire l’ingerenza della politica arrivasse al punto da dettare la linea (…) Non si può pensare di lavarsi la coscienza facendo a me un attacco sulle Cayman e non rendersi conto che ci sono città in cui i lavoratori rischiano di pagare per scelte sbagliate dettate dall’ingerenza della politica”. 


Il Pd non c'entra nulla con Mps. Come no /4

Il Pd attacca Monti su Mps e si fa autogol !

Il Pd dice che Monti non è credibile nel suo attacco a Mps perché nelle sue liste ci sarebbe un ex membro del cda Mps, Alfredo Monaci. Vero, così come vero è che Alfredo Monaci sia tuttora presidente di MPS immobiliare, come fatto notare oggi dal tesoriere del Pd, Antonio Misiani. Il Pd però dovrebbe essere più completo nell’offrire questo genere di informazioni, perché chiunque conosca un minimo la politica toscana sa che Alfredo Monaci ha un fratello che si chiama Alberto, che è esponente del Pd, che nella vita fa il presidente del Consiglio regionale in Toscana e che nel recente passato è stato uno dei politici toscani che si è più speso per nominare a capo della fondazione Mps Gabriello Mancini, capo della fondazione Mps (ex margherita ed ex consigliere regionale Dc). Gabriello Mancini e Alberto Monaci, come è noto, sono due ex margheritini e due ex democristiani e oggi, politicamente parlando, si trovano su una sponda opposta rispetto a quella del sindaco bersanian-dalemiano Franco Ceccuzzi – e in parte il recente scioglimento del comune di Siena è legato anche allo scontro tra queste due anime politiche presenti nel Pd. Ma Alberto Monaci resta comunque un esponente del Pd, che in Mps ha un suo peso. E condannare Monti perché candida un uomo Mps dimenticandosi, il Pd, che di uomini vicini a Mps il suo partito è pieno zeppo semplicemente fa un po’ sorridere, e dimostra ancora una volta che il Pd, sul caso Mps, non sembra aver azzeccato la strategia giusta per difendersi come dovrebbe

MI E' VENUTO IN DUBBIO, NON E' CHE LA COLPA SIA TUTTA DI QUEL BIRBANTE DI UN
CAVALIERE CHE D'ACCORDO CON RENZI, SUO PUPILLO, VUOLE FOTTERE BERSANI?


IL PERDENTE!!!!!!!!!



 IL BESTARIO 

Pansa: Caro Bersani, pensi di aver vinto ma finirai come Occhetto

Nel 1994 la Gioiosa macchina da guerra del Pds si sentiva il trionfo in tasca. Come allora, Pierluigi è troppo sicuro...


L’alba del 2013 ci presenta subito un enigma politico: chi vincerà le elezioni del 24-25 febbraio? Per ora tutti i pronostici indicano che il vincitore sarà Pier Luigi Bersani, il leader del Pd, insieme all’alleato numero uno, Nichi Vendola. Nelle loro stanze si coglie una grande sicurezza. La coppia B&V è certissima di trionfare. Qualcuno sostiene che abbiano già pronta la lista  dei ministri che comporranno il governo delle sinistre. Ma andrà davvero così? Dal 1948 a oggi, gli eredi del Pci hanno vinto soltanto due volte, nel 1996 e nel 2006. E in entrambi i casi a portarli al successo è stato Romano Prodi, un cattolico cresciuto nella Democrazia cristiana. Nel 1994 Achille Occhetto non aveva saputo battere Silvio Berlusconi. Nel 2001 la coppia Francesco Rutelli e Piero Fassino era uscita dal voto con le ossa rotte. E lo stesso era accaduto nel 2008, l’elezione del trionfo per il Cavaliere e della sconfitta di Walter Veltroni. Sono precedenti che dovrebbero allarmare Bersani. Oggi il fronte delle sinistre non ha un Prodi da offrire agli elettori. Per di più, nelle file dei democratici si insinua il ricordo di un flop storico. È quello della Gioiosa macchina da guerra capeggiata da Achille, lo sfortunato Baffo di ferro. Lunedì sul Corriere della sera è apparsa una lettera di un gruppo di «Democratici per Monti» che sostengono: «Il Pd ha rimesso indietro le lancette dell’orologio. Dov’è sostanzialmente la differenza tra il Bersani di oggi e l’Occhetto del 1994?». La campagna elettorale del Novantaquattro me la ricordo bene, per averla seguita e raccontata giorno per giorno. Se rileggo i miei appunti di allora, mi colpisce la granitica sicurezza di vincere mostrata dal Pds, il partito successore del Pci, e dai suoi alleati. Nel vertice dei capi soltanto due osavano mostrarsi dubbiosi. Veltroni  mi confidò: «Non sono mica così sicuro che ce la facciamo. La sinistra ha un male storico: quello di dividersi». Walter si riferiva alle risse esplose dentro l’alleanza per la spartizione dei collegi sicuri. Massimo D’Alema descrisse quanto stava avvenendo con una parola sola: «Una catastrofe». 
Un furbetto in tv - Occhetto, invece, non aveva dubbi. In tivù si comportava da furbetto ridanciano. Il 1° febbraio 1994, quando otto tra partiti e movimenti dichiararono nato il polo progressista, Baffo di ferro lo presentò così: «Abbiamo messo a punto una gioiosa macchina da guerra contro le destre vecchie e nuove». Allora si sostenne che l’immagine bellica era del capo della Rete, Leoluca Orlando, convinto di passare dal municipio di Palermo a Palazzo Chigi. E Achille, da vero autolesionista, glie l’aveva rubata. Il 26 febbraio, al Palafiera di Roma, Occhetto aprì la campagna elettorale con un comizio duro, ma vecchio stile. L’unica novità era la sfilata di comici e di attori che sfottevano Berlusconi, ridendogli addosso. L’euforia contagiava tutti i progressisti. La vittoria ce l’avevano in mano. Nessuno credeva ai sondaggi del Cirm di Nicola Piepoli. Prevedevano il trionfo di Berlusconi, con la maggioranza assoluta alla Camera: 350 seggi e soltanto 200 ai progressisti. Il sabato 26 marzo, mentre prendevo il Pendolino per recarmi a Milano per votare, dei ferrovieri toscani mi dissero allegri: «Oh, Pansa, domani vinciamo!». Gli replicai: «No, forse perdiamo». E loro, infuriati: «Perdiamo? Ma che dici, Pansa, che dici?». 
Certo, il 2013 non è il 1994. Tuttavia mi sembra che Bersani sia posseduto dalla stessa sicurezza di Occhetto. Il suo stile è diverso, più sobrio e in apparenza distaccato, come se indossi anche lui il loden reso famoso da Mario Monti. Molto meno prudenti sono i  leoncini che lo circondano. Gli avanguardisti democratici non lo sanno, ma si comportano come i loro nonni, gli apparati comunisti e socialisti degli anni Ottanta a Milano. Quelli ci ringhiavano: «Il più stupido di noi sa suonare il violino con i piedi!». Osservato dall’esterno, Bersani è infastidito da due timori. Quello minore è di veder risorgere il fantasma di Berlusconi. Quello più forte è la nascita del polo moderato voluto da Monti. Per questo ha cominciato a domandare al premier da che parte stia. Un quesito assurdo che un leader non dovrebbe mai presentare a un concorrente. Una squadra di calcio si guarderebbe bene dal chiedere alla compagine avversaria da che parte sta. Si sentirebbe rispondere: «Dalla parte della mia vittoria a spese tue». Tuttavia, è un gioco da ragazzi prevedere che di qui al 24 febbraio Bersani continuerà a scaraventare su Monti la stessa domanda. Il motivo lo ha spiegato in un passaggio della sterminata intervista concessa il 30 dicembre al direttore dell’Unità, Claudio Sardo. Vale la pena di cercarlo e leggerlo, perché svela le intenzioni bellicose del leader democratico nei confronti del Professore. Bersani si domanda: «Il suo progetto di lungo periodo è formare una forza legata al Partito popolare europeo, dunque potenzialmente antagonista ai progressisti? Se è così, che cosa dice del fatto che nel Ppe, accanto alla signora Merkel, c’è il populista Orban, senza dimenticare Berlusconi…». Per chiarezza del lettore, aggiungo che Viktor Orban è il premier ungherese. Capisco il disagio irritato di Bersani. Per lui la marcia verso la vittoria sarebbe stata assai più facile se Monti si fosse rinchiuso a Palazzo Chigi per gestire l’ordinaria amministrazione. In quel caso il leader del Pd non avrebbe avuto problemi. Se non quello di decidere se appoggiare il professore nella corsa per succedere a Giorgio Napolitano. Oppure se diventare lo sponsor numero uno di un altro candidato al Quirinale: Prodi, per due volte premier del centrosinistra. Però Monti ha deciso altrimenti. Un passo del tutto legittimo, il suo, in una democrazia parlamentare. Bersani sbaglia a trattare il Professore con la stessa alterigia un po’ sfottente nei confronti di Matteo Renzi nello scontro per le primarie. Monti non è Renzi, lo dico con molto rispetto per il sindaco di Firenze.
La partita della vita - In marzo il premier compirà 70 anni, è un signore orgoglioso, autoritario, cocciuto, freddo, con l’autostima dei primi della classe. E sa benissimo di star giocando l’ultima partita della propria vita, la più importante. La sua è una scommessa cruciale, ma pure molto rischiosa. Vuole sfuggire alla vecchia tenaglia fra destra e sinistra. Un’alternativa che sta perdendo significato in questo tempo drammatico di crisi globale e di nuove emergenze per l’Italia. I nostri compiti a casa non sono finiti. Lo dicono la disoccupazione che aumenta e la mancanza di crescita: due battaglie da vincere, come ci ha ricordato il premier la sera del 28 dicembre, nell’annunciare il suo nuovo impegno politico. Monti ha iniziato un cammino denso di pericoli anche per il prestigio personale. Se fallisce, ha chiuso. Nel senso che dovrà ritirarsi a studiare o accettare qualche incarico nelle istituzioni europee. Può sembrare paradossale, ma in quel caso anche un Bersani vincitore delle elezioni si troverà nei guai. Poiché non avrà nessun possibile alleato sul versante dell’innovazione sotto il segno del rigore. Non credo che il leader democratico sia tanto presuntuoso da pensare di cavarsela da solo, con l’unica compagnia ambigua di un Vendola cresciuto alla scuola di Fausto Bertinotti, un maestro parolaio pronto a ritornare sulla scena. Per questi motivi, se fossi Bersani non farei di Monti un bersaglio polemico, da sottoporre a un cecchinaggio continuo. Difenderei il mio territorio elettorale, ma senza pretendere l’impossibile. Ossia senza chiedere di fermarsi, o di arrendersi in anticipo, a quanti fanno politica in modo pulito. Purtroppo, quando si apre una contesa feroce come quella che sta iniziando, i buoni propositi finiscono nel guardaroba dei cani, si dice dalle mie parti. Tuttavia mettere il letame nel ventilatore non giova a nessuno. Può sempre capitare l’imprevisto che ti manda al tappeto. Se ne ricordi anche lei, signor segretario democratico.

di Giampaolo Pansa
VENERDÌ 25 GENNAIO 


Centrosinistra: Le primarie e le rottamazione sono un farsa!!!!!


Bersani non rottama i mostri "Non mollo Veltroni e D'Alema. Se vinco, a loro una poltrona"

Non li candida, ma il segretario è pronto a richiamarli in una squadra (di governo).


Si può fare", avrebbe risposto Walter Veltroni. E a quanto pare con Massimo D'Alema, i posti in giostra potrebbero essere due. Pier Luigi Bersani non si fa scrupoli. Prima c'è stato l'annuncio dell'auto rottamazione di "Baffino" e Walter, ora invece c'è lo spot del segretario per riportarli in sella: "In caso di vittoria del Pd nel governo si vedrà una nuova generazione, ma personalità come D’Alema e Veltroni non scompariranno. Nel nuovo governo – spiega il segretario – si vedrà fisicamente che sta arrivando una nuova generazione, ma la mia idea è che la mia generazione dà una mano a far girare la ruota, ma non scompare. E D'Alema ringrazia: ”Se si riterrà che io possa essere utile, mi verranno chiamare. E quando ti cercano e ti chiedono di fare una cosa fa sempre piacere". Insomma Pier a mandare in pensione i due big non ci pensa proprio. Nessuna rottamazione. Anzi. E così "Baffino" pregusta già un posto di governo: "A me piace fare politica, e come può vedere io pur non avendo alcun incarico né essendo candidato alle elezioni, faccio politica. Non esiste nessun rapporto tra il ruolo politico che una persona svolge e il posto, perché dipende da prestigio, credibilità e autorevolezza di un persona, cose non necessariamente legate al posto. Ho un ufficio a Bruxelles, non sono disoccupato né in cerca di un’occupazione”. Come dire "io ci sono, se mi chiami...". 
ALLA FACCIA DEGLI ITALIANI SCAMBIATI PER POLLI DA SPENNARE!!!!!

Ingroia a lezione di Costituzione dalla Carfagna !

Che smacco perAntonio Ingroia, a lezione di Costituzione da Mara Carfagna. AServizio Pubblico la deputata del Pdl fa un figurone quando l'ex pm, salito in politica alla guida di Rivoluzione civile, parla di autorizzazione a procedere per gli onorevoli sotto inchiesta. "I politici si sono costruiti una rete di protezione ad classem", attacca Ingroia. La Carfagna lo richiama: "Si deve votare in Parlamento, Papa è andato in galera". Lui si stizzisce: "Vuole insegnare la Costituzione a me?". E Mara replica: "Sì, perché lei la Costituzione la rispetta un giorno sì e un giorno no". Velato riferimento a qualche problemino della ex toga: candidata a Palermo, nonostante la legge lo vieti, e soprattutto scornata dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha riconosciuto come violazione la decisione della Procura di Palermo di conservare le telefonate intercettate del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell'inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia. Quell'inchiesta da cui Ingroia si è sfilato un attimo prima dell'affondamento per tentare la via del Parlamento. E su Twitter il giudizio è unanime: "Al cospetto di Ingroia, Carfagna e Comi appaiono statisti responsabili e ragionevoli", scrive Fabrizio Rondolino. "Brava la Carfagna con le bugie di Ingroia", sentenzia Pierluigi Battista, vicedirettore del Corsera.