mercoledì 15 maggio 2013
lunedì 13 maggio 2013
Dalla Boccassini alla Boldrini, le donne che odiano le donne !!
Lo svarione di Ilda:
"Ruby una ragazza di furbizia orientale"
La Boccassini esprime un discutibile giudizio etnico su Karima el Marough. Se lo avesse qualcun altro che cosa sarebbe successo?
Prendendo anche qualche scivolone. La descrizione di Ruby, al secolo Karima el Marough, durante la requisitoria è quantomeno discutibile. "Una ragazza intelligente, dalla furbizia orientale". Ora, a parte lo svarione geografico, c'è un giudizio etnico. Innanzitutto Ruby è marocchina, quindi originaria del Nord Africa e non dell'Oriente. Ma questo è un banale errore da sussidiario che precede un giudizio alquanto generico sulla "furbizia levantina". Un luogo comune pronunicato in un luogo e una circostanza per nulla comune. Se lo avesse detto qualcun altro, magari qualcuno che non sta cercando di portare in galera il Cav, cosa sarebbe successo? Probabilmente ci sarebbe stata una levata di scudi nei confronti di una dichiarazione così ambigua. Ma, al momento, tutto tace.
RITORNA LA VIOLENZA DELLA SINISTRA NELLE PIAZZE!!!!!!!!
LE FORZE POLITICHE DI OPPOSIZIONE, LA STAMPA DI SINISTRA, L'ANTIBERUSCONISMO, SONO SPINTE VERSO IL CENTRODESTRA DA MANIFESTAZIONI VIOLENTE ED EVERSIVE !!!!!
"Mi hanno colpito alle spalle potevo perdere un occhio"
Il racconto del militante del Pdl aggredito a Brescia dagli antagonisti: "Ci hanno coperto di sputi e insulti. E hanno preso a calci due anziani"
Quella che doveva essere una manifestazione pacifica si è trasformata, per i militanti del PDL, in un incubo di spintoni, insulti sputi, bandiere strappate di mano a forza. Un incubo, per anziani e famiglie arrivati Brescia con i pullman e che usciti dalla metropolitana si sono ritrovati in trappola, nelle poche vie d'accesso a piazza Duomo, accerchiati da piccoli gruppi di oppositori. Proprio per difendere due anziani del suo gruppo Cecchi ha rischiato di perdere un occhio. «I problemi racconta sono cominciati quando siamo usciti dalla metropolitana, a Vittoria. Appena ci siamo incamminati verso piazza Duomo abbiamo incontrato dei ragazzi che hanno cominciato a provocare con insulti, spinte, anche sputi. Io seguivo il mio gruppo, ho invitato i miei ad andare avanti senza rispondere alle provocazioni. Non era un episodio isolato, erano piccoli gruppi mordi e fuggi, sentivo battibecchi davanti e dietro di me». Il putiferio è scoppiato in un attimo. «A un certo punto mi sono girato continua Cecchi e ho visto due anziani del mio gruppo a terra, presi a calci da tre facinorosi, due ragazzi e una ragazza. Non so se i due anziani siano scivolati per gli spintoni o per il marmo viscido, ma li ho visti colpire a terra, quindi sono tornato indietro». E qui è arrivata la botta: «Mentre cercavo di separarli per difenderli dai colpi mi sono girato di spalle, e a quel punto sono stato colpito da dietro, al volto. Subito dopo i tre sono fuggiti». Da cosa sia stato provocato il taglio allo zigomo, poco sotto l'occhio destro di Roberto Cecchi, non sono stati in grado di stabilirlo nemmeno al pronto soccorso. «Forse un anello, o un tirapugni», azzarda lui. Che però non si lascia intimidire: «Tornerò in piazza. I disturbatori ci sono sempre stati, ma qui era qualcosa di più, una cosa del genere prima d'ora non mi era mai successa».
Altrettanto drammatico il racconto dell'onorevole Gregorio Fontana, questore della Camera. Lui, col gruppo di militanti arrivati da Bergamo, si è beccato soltanto un po' di sputi. Ma il film dell'aggressione è, se possibile, ancora più inquietante. «Sin dalle 16 racconta si è capito che la situazione era bollente. Mancava un servizio d'ordine adeguato, gli agenti erano pochi, e quei pochi erano di presidio in via X giornate. Il resto era terra di nessuno. È stata sottovalutata la garanzia dell'accesso alla piazza, nono c'era filtro, i militanti Pdl, scesi dai pullman o dalla metropolitana, alla fermata Vittoria, si sono ritrovati davanti no global, centri sociali, grillini. Ho visto bandiere di Sel, in una delle stradine che portano a piazza Duomo erano costretti persino a passare davanti a un gazebo dei Cinque stelle».
L'onorevole Fontana non ha dubbi: «Erano professionisti della guerriglia che si sono mossi in modo militare. Siamo stati bersaglio di insulti, di sputi, alla gente sono stati strappati di mano con violenza cartelloni, distintivi. Lo scalpo erano le bandiere Pdl. Il clima era tesissimo, ho visto gruppi di militanti fare dietrofront e ritornare al pullman». Il parlamentare Pdl non se la prende con le forze dell'ordine in campo: «Gli agenti in strada hanno fatto il massimo, ma erano pochi, c'era una confusione totale. Abbiamo atteso oltre 20 minuti l'ambulanza per il nostro militante ferito, con un povero maggiore dei carabinieri che si è fatto in quattro per aiutarci». Fontana però punta l'indice contro il doppiopesismo della sinistra: «Se solo la metà di quel che è successo fosse accaduta a un militante di sinistra apriti cielo, sarebbe diventato un martire della violenza degli avversari politici, la solidarietà sarebbe arrivata da ogni parte. Per noi, sinora, silenzio, con l'unica eccezione della Lega Nord. Quel che è successo è gravissimo, è stato impedito con la violenza lo svolgimento regolare di una manifestazione. L'antidoto a questo clima è la solidarietà democratica. Una condanna per quanto avvenuto sarebbe stata doverosa».
Il resto dello schifo lo hanno compiuto gli organi di stampa che hanno dato più spazio al, secondo loro,vergognoso accostamento che B. ha fatto con la vicenda Tortora, piuttosto che a quanto di eversivo è avvenuto a Brescia.E che dire delle cariche istituzionali, la Boldrini....con due pesi e due misure!
Ci vogliono portare allo scontro fisico ma non ci riusciranno, il nostro senso dello Stato è molto più presente nella nostra cultura che in quella dei militanti della sinistra checchè ne dica qualsiasi giornalista millantatore , da Serra a Travaglio a Ezio Mauro !
E IL GURU VIDE LE STELLE !!!!! L'ARROGANZA NON PAGA MAI !!!!!
La lezione del guardaportone del Quirinale a Grillo !
"Grillo? Gli avrei messo le mani addosso", ha dichiarato l'omone. Grillo, sceso dalla macchina, si appresta ad entrare. Il guardaportone, ancora visibilmente contrariato, racconta dell'arroganza di Grillo: "Scusi, ho un appuntamento con il capo dello Stato", gli ha chiesto appena arrivato. E ai giornalisti: "Si paga per entrare?"
"Bene – prosegue il racconto – io istintivamente l’avrei preso a schiaffi. Gli avrei detto: aho’ che voi? Che sei venuto a fa’? Cerchi rogna? A bello, nun poi venì fino quassù a prendere per i fondelli quelli che lavorano, solo per fare il paraculo davanti alla tv".
Gli avrei voluto spiegare che, comunque la si pensi, ci vuole rispetto per le istituzioni, che non sono le sue solo perché è andato bene alle elezioni, ma sono di tutti. Poi gli avrei ricordato che Roma ha visto di tutto, dai barbari alla papessa Giovanna, dai lanzichenecchi ai leghisti, ed è sopravvissuta bene. E anche questo palazzo non è stato costruito ieri. Per cui, il comico Grillo vada a fare il cafone altrove”. Tutte parole che, proprio per il rispetto che nutre per le istituzioni, l'uomo non è riuscito a riferire a Grillo.
Quindi, smorzando i toni ma mantenendo la sostanza, il guardaportone ha così redarguito Grillo: "L'ho guardato dritto negli occhi e gli ho detto: signor Grillo, è venuto qui perché ce l’hanno mandato. Bene, ma ora è meglio che entri perché la stanno aspettando. Si accomodi, qualcuno le dirà cosa fare e dove parcheggiare. E ho accompagnato le parole con un ampio gesto del braccio”.
L'uomo rievoca poi la reazione di Grillo: "Ha capito. Ha smesso di parlare ed è entrato a testa bassa e con la coda tra le gambe. Come si dice a Roma, ha fatto pippa. Insomma, ha dovuto abbozzare”.
E VENNE IL TEMPO DELLA SATIRA AL FEMMINILE CHE MASSACRA LE DONNE!!!!!!
Ferrari-Cortellesi, lite sul monologo antiviolenza
A «Servizio Pubblico» lo sketch dell'attrice sulle vittime di femminicidio. La polemica per il testo tratto dal libro della Dandini
Paola Cortellesi contro Paola Ferrari . E che peccato che un nuovo scontro fra donne capiti proprio nei giorni in cui le donne sembravano aver trovato voce comune e ascolto nelle istituzioni per combattere quella violenza contro di loro che arma ogni giorno le mani dei loro compagni e dei loro mariti. E invece proprio sul più bello si accende una polemica che sembra un equivoco, un abbaglio, uno sberleffo della storia.
Un azzardo, un piccolo autogol, quell'allusione alla presentatrice troppo patinata, nel contesto serissimo del femminicidio? Quando Paola Ferrari vede la trasmissione la considera più che un'allusione e ha buon gioco a dirsi colpita al cuore e a lamentarsene con Klaus Davi in un' intervista su Youtube: «Queste parole sono state per me come una coltellata, un atto di violenza verbale inaudito, oltretutto in uno spot a difesa delle donne». Rivendica la sua battaglia per l'emancipazione: «Per vent'anni ho lavorato in un mondo maschile». Poi va oltre e insinua un dubbio: «Non vorrei che l'attacco fosse politico» riferendosi al fatto che lei come si sa è vicina al centrodestra e che la sua mentore, Daniela Santanchè, l'avrebbe voluta assessore alla Cultura nella giunta lombarda, e chissà che anche prima dell'intervista con Davi Paola non si sia consultata.
Certo avremmo fatto a meno di una tenzone che avremmo preferito non dover contemplare.Tanto più che entrambe si dichiarano, per quanto da schieramenti diversi, convinte sostenitrici della battaglia in nome delle donne.Ma invocare un giudizioso buon senso che illumini le parti e le convinca a smetterla qui, come fa Maria Luisa Agnese, sul Corriere.it, sostenendo di non dover cercare di risalire la catena delle colpe incrociate (ci dovrebbe spiegare che colpe ha la Ferrari) è il classico atteggiamento della sinistra quando, molto spesso, va oltre le rime. E allora diciamo smettiamola di fare satira su certi argomenti, perché la lotta a quella violenza che colpisce a morte una donna ogni tre giorni è affar serio e complicato. E vale di più delle nostre allusioni cretine e faziose.
Succede che a Servizio Pubblico Michele Santoro mandi in onda uno sketch interpretato da Paola Cortellesi e tratto dal libro di Serena Dandini" Ferite a morte" , una piccola storia di donne vittime di femminicidio. Un monologo in cui l'attrice-cantante-presentatrice interpreta una donna uccisa e buttata nel pozzo dal marito. E dal fondo di questo pozzo, che rappresenta il suo aldilà, racconta la sua odissea su questa terra, e fra i vari ricordi sgradevoli della vita in comune con l'orrendo sposo ci infila quello di quando lui decideva cosa guardare in tv: «Meglio morta che vedere un'altra volta la Domenica sportiva con l'Illuminata, con la presentatrice piena di luce che pare la Madonna. Quella bionda che dice i risultati con le labbra di rossetto forte e gli orecchini di lampadario. A lui piaceva tanto. A me invece me faceva proprio schifo».
| Serena Dandini |
Certo avremmo fatto a meno di una tenzone che avremmo preferito non dover contemplare.Tanto più che entrambe si dichiarano, per quanto da schieramenti diversi, convinte sostenitrici della battaglia in nome delle donne.Ma invocare un giudizioso buon senso che illumini le parti e le convinca a smetterla qui, come fa Maria Luisa Agnese, sul Corriere.it, sostenendo di non dover cercare di risalire la catena delle colpe incrociate (ci dovrebbe spiegare che colpe ha la Ferrari) è il classico atteggiamento della sinistra quando, molto spesso, va oltre le rime. E allora diciamo smettiamola di fare satira su certi argomenti, perché la lotta a quella violenza che colpisce a morte una donna ogni tre giorni è affar serio e complicato. E vale di più delle nostre allusioni cretine e faziose.
sabato 11 maggio 2013
lunedì 6 maggio 2013
LE SOLITE BALLE DI TRAVAGLIO!!!!
Le balle su Grillo, il PD e il governo.
Nel suo editoriale del 1° maggio sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha ricostruito le trattative tra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico negli ultimi due mesi. Secondo Travaglio, il M5S era pronto ad appoggiare un governo del PD in cambio dell’elezione di Stefano Rodotà alla presidenza della Repubblica. Non solo: anche nelle settimane precedenti il M5S era disponibile a un governo di coalizione con il PD, purché guidato da una personalità super-partes e non da Bersani. È falso, scrive Travaglio, che il M5S volesse fin da subito un governo PD-PDL, per raccogliere i voti degli elettori PD delusi.
Questa ricostruzione, molto diffusa negli ambienti vicini al Movimento 5 Stelle, sul Fatto Quotidiano e aServizio Pubblico è del tutto falsa - almeno andando a vedere le dichiarazioni pubbliche dei protagonisti. Il M5S si è ripetutamente opposto a ogni tipo di governo insieme al PD, con Bersani e senza. L’unica apertura che ha compiuto, durante le votazioni per il presidente della Repubblica, è stata fumosa, poco chiara e, nel caso, facile da ritirare.
Chi sostiene la tesi di Travaglio pecca esattamente della colpa che nella sua rubrica di ieri ha attribuito agli avversari di Grillo: avere la memoria a breve termine di un pesce rosso. Dimostrarlo non è complicato: basta dare un’occhiata a quanto hanno riportato giornali e agenzie negli ultimi 60 giorni.
Tre giorni dopo le elezioni Grillo dichiarò immediatamente qual era l’obbiettivo del suo movimento: «Se proprio PD e PD meno L ci tengono alla governabilità, possono sempre votare, loro, la fiducia al primo Governo targato M5S». Il 2 marzo ha ripetuto: «Per quanto mi riguarda, lo ripeto per l’ultima volta, il M5S non darà la fiducia a nessun governo (tanto meno a un governo PD-PdL), ma voterà legge per legge in accordo con il suo programma» e ha aggiunto: «Il M5S [...] non farà alleanze». L’11 marzo, secondo le agenzie, Roberta Lombardi aveva affermato durante una riunione del gruppo parlamentare: «Chi fa accordi col PD è fuori».
Il M5S non era ostile solo a un governo PD – con o senza Bersani: non voleva nemmeno un governi tecnico. Il 5 marzo Grillo ha dichiarato: «Il M5S non darà la fiducia a un governo tecnico». Il deputato Alfonso Bonafede, lo stesso giorno dichiarava: «Noi al governo ci andremmo, ma da soli. Grillo sicuramente accetterebbe l’incarico, se si potesse fare un governo tutto nostro». Il 10 marzo Grillo minacciò di ritirarsi dalla politica se fosse stata votata una fiducia a un governo: «Qualora ci fosse un voto di fiducia dei gruppi M5S a chi ha distrutto l’Italia mi ritirerei dalla politica». Vito Crimi il 16 marzo dichiarava: «Noi fiducie in bianco non ne diamo».
Il 20 marzo, prima delle consultazioni, Crimi e Lombardi hanno ripetuto ancora: «No ad un esecutivo Bersani; no ad un esecutivo composto da un personaggio di “alta caratura”; no ad un esecutivo istituzionale guidato, ad esempio, proprio da Grasso» e hanno aggiunto: «L’unico governo che voteremmo è un esecutivo a cinque stelle». Alle consultazioni con il presidente della Repubblica chiesero un governo a 5 Stelle e il 21 marzo Grillo ha ribadito: «Il M5S non accorderà alcuna fiducia a governi politici o pseudo tecnici con l’ausilio delle ormai familiari ‘foglie di fico’ come Grasso».
Ma non è solo Grasso a non andare bene: il problema è proprio votare qualcosa insieme al PD. Il 22 marzo Crimi ha fatto sapere che anche un uomo del 5 Stelle, con i voti del PD, non andava bene: «Bisogna capire chi porta Zagrebelsky, dove e come lo circonda. Il suo come quello di altri che vengono citati, è un nome assolutamente stimato e impeccabile, ma messo li’ e circondato da questa politica e da questo Pd, non so fino a che punto sarebbe un cambiamento. Vediamolo. Dopo ne parliamo». E Grillo lo stesso giorno ribadiva: «No alla fiducia a qualsiasi governo. Sia politico che tecnico, se portato avanti da ”questi partiti”».
Il vice-presidente della Camera, Luigi di Maio del M5S, hai chiarito negli stessi giorni che nessun nome che arrivasse dal PD avrebbe mai potuto portare alla formazione di un governo, nemmeno “se fosse Gandhi”: «Non ci convincerebbe lo stesso. Perché qui non è un problema di nomi. E, a dirla tutta, non è nemmeno un problema relativo alla persona-Bersani. Noi riteniamo non credibile una proposta politica che venga da un partito che negli ultimi anni non ha fatto ciò che aveva promesso. Anzi, ha fatto il contrario. Come tutti gli altri’».
Mai con il PD, in nessun modo: la deputata Carla Ruocco ha ricordato proprio in quei giorni che con il PD c’è una ”distanza siderale” che il M5S non ha ”nessuna intenzione di accorciare”. Dopo il giro di consultazioni di Bersani, Vito Crimi ha ricordato ancora: «Non ci sono le condizioni perché noi del M5S si possa dare fiducia ad un governo fatto da questi partiti: né politico né tecnico».
Cosa pensava Grillo dell’idea di scambiare una carica – come sarebbe stato il presidente della Repubblica – con l’appoggio a un governo lo faceva sapere già il 1 marzo: «In questi giorni è in atto il mercato delle vacche. Al M5S arrivano continue offerte di presidenze della Camera, di commissioni, persino di ministri. Il M5S, i suoi eletti, i suoi attivisti, i suoi elettori non sono in vendita».
Travaglio ha anche sostenuto che non facesse parte della strategia del M5S spingere il PD ad allearsi con il PDL. Sempre stando alle dichiarazioni pubbliche, non sembra vero nemmeno questo. Gianroberto Casaleggio, in un’intervista al Guardian il primo marzo, faceva sapere che l’accordo PD-PDL è ben visto dal movimento: «Se verrà messo insieme un governo, formato da altri partiti, il Movimento darà il proprio voto a tutto ciò che costituisce parte integrante del proprio programma».
Claudio Messora, il blogger che pochi giorni dopo sarebbe diventato uno dei due responsabili della comunicazione dei gruppi parlamentari del M5S, diceva alla Zanzara lo stesso giorno: «La strategia di Grillo è lasciarli scornare per poi presentarsi alle prossime elezioni e prendere la maggioranza assoluta. Il movimento vive perché è coerente e non può mettersi a trattare».
Dopo tutte queste dichiarazioni, il 19 aprile, arrivò quella che, secondo Travaglio, dovrebbe rappresentare l’apertura definitiva del Movimento 5 Stelle al PD. La dichiarazione venne riassunta nei titoli di giornali e telegiornali così: «Grillo ribadisce al Pd: “Votate Rodotà e si apriranno praterie per il governo”». La dichiarazione venne attribuita da alcuni giornali ad un comizio di Grillo, ma nessun servizio di telegiornale mostra Grillo pronunciare questa frase (segnalatecelo nei commenti se lo avete trovato).
Nelle agenzie di quei giorni questa dichiarazione compare in maniera differente: il voto per Rodotà «aprirà praterie» viene riportato tra virgolette, mentre “per il governo” è un’aggiunta del giornalista. La dichiarazione è attribuita a Crimi e Lombardi durante l’assemblea dei parlamentari del M5S, quindi probabilmente si tratta di una frase riferita da una fonte anonima. Questa era l’unica, concreta e più o meno pubblica apertura alla possibilità di un governo con il PD fatta dal M5S in oltre due mesi.
Quasi nessuna attenzione in quei giorni, e nemmeno oggi, è stata data a un’intervista di Riccardo Nuti, vice-capogruppo alla Camera del M5S. Nell’intervista Nuti sosteneva con molta chiarezza e senza mai essere smentito, che l’elezione di Rodotà non avrebbe automaticamente aperto la porta a un governo insieme al PD.
Riassumendo: nel corso di 60 giorni il Movimento 5 Stelle ha pubblicamente e ripetutamente detto di no a un governo Bersani, a un’alleanza con il PD senza Bersani, a un governo tecnico, a un governo di personalità super-partes e persino a un governo di personaggi come Zagrebelsky – se fosse stato proposto dal PD. L’unica alternativa che ha pubblicamente detto di accettare era quella di un governo del M5S.
A fronte di questa chiusura, durante la votazione per il presidente della Repubblica, è filtrata – non si sa bene da chi, non si sa bene da dove – una voce misteriosa che lasciava intravedere una timidissima apertura ad una qualche possibilità di governo con il PD. Forse Travaglio possiede informazioni che non abbiamo: il M5S potrebbe aver compiuto aperture più chiare a porte chiuse, ma tutti sanno che una promessa pubblica e solenne è più difficile da rimangiarsi di una confidenza a quattrocchi. Questo impegno solenne, a differenza di quanto scrive Travaglio, non c’è mai stato.
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