giovedì 18 luglio 2013

ORMAI SI RASCHIA IL BADILE !!

STATO ALLA CANNA DEL GAS

Sigarette elettroniche tassate per pagare gli stipendi della polizia penitenziaria


Pagare gli stipendi agli agenti della polizia penitenziaria con la tassa sulle sigarette elettroniche. E' il contenuto dell'emendamento che è stato approvato oggi dalla commissione Giustizia del Senato per evitare i tagli di organico. L'emendamento al decreto 'svuota carceri' prevede una tassazione del 58,5 per cento, quanto quella in vigore per il pacchetto di "bionde", da applicare al prezzo di vendita dei kit delle sigarette elettroniche e delle ricariche, sia quelle contenenti nicotina che quelle contenenti essenze. In questo modo si recupererebbero i 35 milioni di mancati introiti provenienti dalla mancata riduzione del personale di polizia penitenziaria nel 2013 e ulteriori 35 milioni nel 2014. Sara' il ministro dell'Economia e delle Finanze, "con decreto da adottarsi entro il 31 agosto 2013", a stabilire le procedure per la variazione dei prezzi di vendita al pubblico.  Vien da chiedersi: ma se non fossero esistite le sigarette elettroniche, 'sti soldi dove li andavano a prendere?

Stato-mafia, il teorema ko !

Bugiardi e pataccari










La lista di proscrizione del pm Giuliano Ferrara

Sul Foglio i nomi e cognomi dei manettari che per 5 anni hanno chiesto la condanna del generale Mori, assolto dall'accusa di aver fatto sfumare la cattura di Provenzano nel 1995


Ci sono magistrati, giornalisti, televisionisti, politici e membri della cosiddetta "società civile". Giuliano Ferrara, in prima pagina su Il foglio, interviene con la verve che sempre lo contraddistingue nella vicenda dell'assoluzione del generaleMario Mori, compilando una "lista di proscrizione" di quelli che definisce "pappagalli delle procure" e "pataccari" in rotta. Cioè coloro che, nei cique anni della durata del processo conclusosi ieri, hanno sparato ad alzo zero su Mori, accusato di aver fatto saltare la cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995, sostenendone a spada tratta la colpevolezza.
La fine di quello che Il Foglio definisce "il primo capitolo del processo sulla 'trattativa Stato-Mafia'" ci libera, secondo Ferrara, da una lista di "firmatari della menzogna". Tra i magistrati, il direttore del Foglio mette: Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia, Gian Carlo Caselli, Domenico Gozzo. I giornalisti: Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Giovanni Bianconi, Francesco La Licata, Giuseppe Lo Bianco, Sandra Amurri, Saverio Lodato, Salvo Palazzolo, Peter Gomez, Attilio Bolzoni, Liana Milella, Sandra Rizza, Barbara Spinelli, Marco Lillo, Furio Colombo, Guido Ruotolo, Paolo Flores D'Arcais. Televisionisti: Michele Santoro, Sandro Ruotolo, Corrado Formigli, Enrico Mentana, Gad Lerner, Vauro. Politici: Enzo Scotti, Claudio Martelli, Antonio Di Pietro, Giuseppe Grillo, Nichi Vendola, Sonia Alfano, Fabio Granata, Walter Veltroni, Paolo Ferrero, Beppe Lumia, Leoluca Orlando, Rosario Crocetta, Luigi De Magistris, Luigi Li Gotti. Società civile: Gustavo Zagrebelsky, Lorenza Carlassare, Sandra Bonsanti, Salvatore Borsellino, Carlo Freccero, Gianni Vattimo, Roberta De Monticelli, Dario Fo, Isabella Ferrari, Fiorella Mannoia, Moni Ovadia, Franco Battiato, Maurizio Landini.
A futura memoria dei lettori,elettori e cittadini italiani!!!!!!!!!!!!

mercoledì 17 luglio 2013

LE "KAZAKATA" DEL SINDACO !!!!!!


LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA KAZAKATA RISCHIANO DI RIBALTARSI PESANTEMENTE SU RENZI. VENERDÌ IL VOTO DI SFIDUCIA AD ALFANO AL SENATO VEDRÀ ADDIRITTURA ALLARGARSI LA MAGGIORANZA POICHÉ MARONI E LEGA VOTERANNO A FAVORE DEL VICEPREMIER -  SE I RENZIANI AL SENATO NON PARTECIPERANNO AL VOTO, O VOTERANNO PER IL SI' ALLA MOZIONE DI SFIDUCIA DI GRILLINI E VENDOLIANI FARANNO UN CLAMOROSO AUTOGOL - RENZI PUÒ ANCORA SALVARSI SOLO SE FERMA LA SUA RINCORSA AD ELEZIONI CHE NON SONO PIÙ ALL’ORIZZONTE, PERCHÉ BERLUSCONI HA MESSO IN RIGA VERDINI E SANTANCHE’ E NON PRENDERA' LE SUE DECISIONI SULLE FIBRILLAZIONI POLITICHE MA SUI NUMERI - 

LE MOSSE DEL SINDACO !

Il "piano kazako" di Renzi:
far fuori Letta e Alfano
per poi governare

                           Letta e Renzi litigano al telefono Nel Pd sono kazaki amari

Matteo Renzi ha lanciato una nuova sfida al suo partito e alle larghe intese, chiedendo formalmente al premier Letta di prendere posizione e dire se la versione dei fatti fornita da Alfano lo abbia convinto oppure no. "Sia il presidente del Consiglio dei ministri a valutare quel che è successo e prendere posizione a riguardo" ha detto il rottamatore. "Perchè la posta in gioco è la credibilità del Paese". Frasi che se aggiunte a quella pronunciata l'altroieri dallo stesso sindaco di Firenze fanno pensare quale sia l'obiettivo di Renzi: "Non credo - ha detto - che il governo Letta durerà molto".
A rincarare la dose sono il vicecapogruppo del Pd a Palazzo Madama, Stefano Lepri, e altri 12 senatori vicini a Renzi. Non hanno dubbi: Alfano si deve dimettere. In una nota congiunta scrivono: "Chiederemo al Pd, nella riunione dei gruppi domani, di sostenere la richiesta di dimissioni del ministro". Il fronte di chi vuole far fuori il ministro dell'Interno si fa di ora in ora più folto, il governo rischia. Da par suo il premier, Enrico Letta, da Downing Street a Londra dove ha incontrato l'omologo britannico David Cameron spiega: "Ho letto attentamente la relazione che abbiamo chiesto al prefetto Pansa, da cui emerge l'estraneità di Alfano dalla vicenda. Fin dall'inzio ho scelto una linea di massima trasparenza". 
Ma a rendere il contesto così esplosivo non sono soltanto le tensioni sul dissidente kazako e le pulsioni di Renzi, scatenato nella sua corsa verso Palazzo Chigi. Sotto c'è anche altro: le pressioni che ormai da settimane il sindaco di Firenze sta rivolgendo sul Pd e sul segretario Epifani affinchè il congresso sia fissato per l'autunno e, in ogni caso, entro il 2013. Non dimenticando che a tirare fuori tutta la vicenda Ablyazov fu proprio il renziano Giachetti. Difficile, dunque, mettere la mano sul fuoco per quel che i renziani decideranno di fare venerdì in occasione del voto di sfiducia.

MA PERCHE' ALFANO DEVE DIMMETERSI?

"ALFANO SI DIMETTA"












Questo il diktat che ormai da giorni impera sulle bocche dei dem più accesi, sui giornali servi della sinistra, nelle dichiarazioni di chi è interessato: a far cadere il governo ed a cavalcare l'onda favorevole, cioè il Sindaco di Firenze, che poi nemmeno parlamentare è!
Allora assistiamo alla stesura di pagine e pagine di "cazzate" per un caso di cui c'è ne può fregare di meno al contrario di quanto invece ci interessa lo spread che sale e la borsa in picchiata libera, celati abilmente da professionisti delle notizie fuorvianti, confezionate per giornali faziosi e quasi di partito.
E mentre ci sprechiamo per i Kazaghi, lo spread e la borsa ci fanno " il culo" con la complicità di tutti i partiti di opposizione, compresi gli scemi pentastellati, e parte della stessa maggioranza dentro il PD.
E' chiaro che se si insiste sulle dimissioni di Alfano, che ha chiarito in Parlamento la posizione personale e di tutto il governo, cade il governo, quello che vogliono le opposizioni e parte del PD Renzi in testa..
Tutto questo può identificarsi in un atteggiamento serio e costruttivo? E' questo il senso di responsabilità del PD di cui tutto il partito si vanta? Cosa vuole Renzi che parla già da premier e sopratutto chi c'è dietro la sua corsa a Palazzo Chigi? E' proprio necessario un goverso diverso al Paese in questo tragico momento?
Credo proprio di no, ed è per questo che Alfano deve proprio restare al suo posto con buona pace dei beccamorti al capezzale del governo!!!!!!

lunedì 15 luglio 2013

RITRATTO DI BIMBAMINCHIA!!!!!!

IL FESTIVAL DEI BIMBI/BIMBEMINCHIA !!!!!!!



Se l'altro giorno mi sono intrattenuto per spiegarvi come riconoscere un bimbominkia fazioso, oggi vorrei
presentarvi, ammesso che non la conosciate, quella che si può legittimamente definire una bimbaminkia vipera.
La Nostra ha  una vocazione naturale nel calarsi nel ruolo.. O parli dagli studi di una TV, di sinistra naturalmente,o dalle pagine di un giornale, sempre di sinistra, riesce sempre a dare il meglio di se stessa.
L'ultima occasione un articolo, particolarmente velenoso sull' Uffington Post, giornale in collaborazione con il gruppo Rizzoli, praticamente un'altra "la Repubblica", che la nostra dirige:

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"Ci sono tre ragioni, a mio parere, per cui il sistema, cioè quell'insieme di equilibri di potere che si erge in questo momento a garante della stabilità italiana, pensa che sia necessario "salvare" dalla condanna Silvio Berlusconi.
1) Silvio Berlusconi non è Bettino Craxi. Il leader socialista era un prodotto tutto interno alla politica. Craxi aveva molte doti necessarie a capire come muovere il sistema, ma poca "piazza". E soprattutto poco "retroterra". Il suo era un partito che faceva da vaso di coccio tra i vasi di ferro di due organizzazioni inchiavardate nella tensione della Guerra Fredda, la Dc e il Pci. La vicenda Craxi si svolge proprio sulla faglia di scongelamento di questo conflitto, e ne viene per molti versi assorbito come parte di un rimescolamento delle carte nell'intero mondo di allora.
Silvio Berlusconi invece è un leader che ha governato per buona parte di venti anni, non certo come prodotto della "politica", anzi rovesciando al suo interno la capacità di interpretare idee e bisogni popolari, oltre ai suoi interessi personali. Il suo partito, oggi in crisi, ha ancora un consenso che ammonta a un quarto dell'elettorato, ed è un consenso capace di scendere in piazza. Appoggiato inoltre, come ben sappiamo, da una sistema robusto di Tv e altri media. Cosa che Craxi non ha mai nemmeno sognato. Insomma, "estrarre" Silvio dalla Politica oggi è operazione potenzialmente molto più devastante di quella mirata su Bettino.
2) Silvio Berlusconi non è solo un politico potente, ma, come abbiamo appena ricordato, è anche un potente imprenditore: uno degli uomini più ricchi del paese. E non vanno sottovalutate le inquietudini e le paure che una eventuale condanna muoverebbe fra i suoi pari. La "invadenza" della magistratura nel mondo degli affari è una battaglia che Silvio combatte ad alta, ma che molti altri suoi pari, spesso silenziosi per senso della opportunità (propria), condividono. Nel mondo delle Ilva, delle ThyssenKrupp, delle delocalizzazioni selvagge, delle Pomigliano D'Arco, i giudici non sono amici. E quando si parla di "lacci e lacciuoli" di cui liberarsi per dare soluzione alla crisi spesso, come sappiamo, si parla di burocrazia, ma si intendono i tribunali. Una condanna del leader Pdl invierebbe a questo mondo un messaggio certo non ben accetto.
3) Silvio Berlusconi, e anche qui va fatto un paragone, ha una collocazione internazionale molto più solida di quella che aveva Craxi. Nel suo doppio ruolo di grande imprenditore e premier da venti anni è presente sulla scena mondiale. E nonostante le molte critiche ricevute non è esattamente privo di amici. A differenza di Craxi che aveva sfidato gli Stati Uniti in un periodo in cui Washington, delusi dai tradizionali alleati (in Italia la Dc) cercavano nuovi equilibri post-guerra fredda, Silvio ha con Bush un ottimo rapporto. E non ha in Obama - un presidente oggi debole ed esitante di fronte a ogni tipo di ingerenza all'estero - un nemico. In compenso ha come amico un uomo molto importante in Europa, quel Putin che domina vigorosamente la scena mondiale, e la cui amicizia non a caso è ampiamente sfoggiata dal politico Pdl.
Tutte queste ragioni portano a una conclusione che preoccupa il sistema: una eventuale condanna avrebbe un impatto sul tessuto politico italiano e internazionale molto serio. Sicuramente più grave di quello avuto dall'abbandono di Bettino Craxi. Invelenirebbe il panorama italiano, acuendone lo scontro interno. Imbarazzerebbe in via ufficiale (anche se a molti di loro in privato farebbero spallucce) i leaders occidentali, essi stessi messi sotto pressione da contestazioni, ed errori, in una crisi difficile da governare. La prima vittima - continua il ragionamento - sarebbe di nuovo la reputazione italiana, mostrando un paese più diviso che mai, dalla incerta governabilità.
La condanna di Berlusconi sarebbe nei fatti la condanna anche del governo Letta e forse di molti altri governi a venire, per lo strascico di divisioni e fallimento che si porterebbe dietro. Di qui l'aria di trincea, il dispiegamento a difesa intorno al governo Letta, e, anche, le fumisterie legal/istituzionali che oscurano il cuore del dilemma. Che è e rimane uno solo: si può e si deve cercare di "salvare" con un qualche escamotage legal/istituzionale Silvio Berlusconi dal giudizio di una Corte?
Le tre ragioni di cui ho fin qui parlato non sono infondate. Sono argomentazioni serie sulle conseguenze del terremoto che seguirà una eventuale condanna del leader Pdl. Ma, a mio parere, alle tre ne va aggiunta un'altra che da sola è forte come le altre insieme. Ed è la ragione per cui sono contraria che si "salvi il soldato Silvio".
"Salvare" un leader politico che manipola la Giustizia costituirebbe ugualmente per noi un danno alla nostra reputazione internazionale, confermandoci come l'anello debole della governabilità europea. Infine, inasprirebbe comunque la opinione pubblica. Alienando quella parte che vuole una politica con un chiaro rapporto con le istituzioni. Quello che vediamo in queste ore - la serenità di Silvio Berlusconi e le scosse che attraversano il Pd - è l'anticipazione di un diverso (ma ugualmente efficace) processo di disfacimento della stabilità governativa."
Questo il genio creativo della bimbaminkia, la sua partenza è di quelle che non si scordano, paragona B. a Craxi ma per lei quest'ultimo era meno potente,intanto non aveva il consenso di un terzo (e non di un quarto,come la velenosa scrive) del consenso dell'elettorato e poi non aveva tutti quei giornali e TV a favore (e il doppio di giornali e televisioni contro, aggiungo io, dato che la bimbaminchia lo dimentica) e soprattutto non aveva un amico come Putin, quel Putin erede dell'impero sovietico che la nostra velenosa ed i suoi amici adoravano e che ora, perchè amico di Silvio, non è più utile ai soliti opportunisti.
Per questo tutti tenteranno  di salvare Silvio che non va salvato!
Poi un avvertimento a Letta ed al suo governo: se Silvio sarà condannato, come è certa la nostra, sarà come condannare il governo !
Ma che c'entra il governo direte voi? C'entra e come se c'entra perchè per gli amici bimbiminkia della nostra bimbaminchia questo governo non deve durare anzi deve essere demolito!
Un manipolatore della giustizia come Berlusconi deve essere condannato, anzi è già condannato, avverte la nostra,  lanciando messaggi chiari e forti.
Alla faccia della Bimbaminchia che in tutto l'articolo cerca di consigliare (manipolare) , con ragionamenti impresentabili,le coscienze degli italiani!!!!! 




ANCHE PER LE PERSONE NORMALI C'E' UN ALTRA GIUSTIZIA !!!!!!

Sequestrò e uccise il figlio di un industriale 
Pena estinta, libero senza un giorno di carcere









Ormai è un uomo libero, nonostante dei trent'anni di carcere che gli erano stati inflitti non ne abbia scontato neppure un giorno. La sentenza per avere rapito e ucciso il figlio di un industriale catanese non gli è stata notificata. Mai. Giovanni Di Pietro, classe '56, ha atteso che il tempo passasse a Buenos Aires, città dove si è trasferito a vivere prima ancora che il processo finisse. È stata la distanza a "salvarlo", un'estradizione negata, oppure potrebbe essersi trattato di una clamorosa svista? Il suo legale, l'avvocato Tommaso De Lisi del foro di Palermo, da noi contattato si limita a confermare che "la pena è stata estinta per decorso del termine di trent'anni dalla data di irrevocabilità della sentenza. È tutto legittimo". Null'altro aggiunge. O meglio, non vuole aggiungere per riservatezza.

Per saperne di più bisogna scavare nel passato. Si parte, però, da un dato di fatto. Ed è l'ordinanza di "risoluzione di incidente di esecuzione" emessa dalla prima sezione della Corte d'appello di Catania l'8 luglio scorso. Il collegio non ha potuto fare altro che prendere atto della situazione e dichiarare "estinta la pena di reclusione per avvenuta prescrizione". Procediamo per ordine, spulciando le pagine ingiallite delle vecchie cronache giudiziarie dell'epoca. Il 19 maggio 1978 venne rapito Franz Trovato, ventiseienne studente figlio di un facoltoso industriale di Acireale, titolare di alcuni stabilimenti che trasformano gli agrumi in essenze. Franz si era allontanato da casa per andare in un villa di famiglia in contrada Lavinaio. Qui i carabinieri trovarono delle tracce di sangue sulle scale. Poi, la telefonata di rivendicazione: "Abbiamo rapito vostro figlio".

I rapitori chiesero un riscatto di quattro miliardi di vecchie lire. La tragedia, però, era dietro l'angolo. Lo studente sarebbe stato ucciso pochi mesi dopo l'inizio della sua prigionia a colpi di bastone mentre tentava di fuggire. Nel settembre del 1979 Di Pietro viene arrestato in Argentina per rapina, furto e falsificazione di documenti. La polizia gli sequestrò una serie di documenti che tiravano in ballo il suo coinvolgimento nella terribile storia di Franz Trovato. Di Pietro non agì da solo, anche se ammise all'Interpol che lo bloccò una seconda volta nel 1990 a Buenos Aires, di esser stato uno dei promotori della banda composta da dieci persone che ideò il sequestro. Quelle persone furono tutte individuate e arrestate. Il 10 maggio 1979 arrivò la sentenza di condanna, confermata in appello il 6 maggio 1981 e resa definitiva dalla Cassazione che il 28 gennaio 1981 respinse il ricorso degli imputati. Due di loro furono condannati all'ergastolo, gli altri a pene pesantissime. Tra di loro c'era Di Pietro, dichiarato colpevole in contumacia. Nel frattempo aveva fatto le valigie per trasferirsi oltre oceano. E qui si innesca la parte più misteriosa della faccenda.
A fine ottobre 2012 l'avvocato De Lisi, ipotizziamo contattato dal suo stesso cliente, avanza istanza di incidente di esecuzione che, così si legge nell'ordinanza della Corte d'appello, il procuratore generale di Catania ha fatto sua. Alla fine, infatti, la richiesta di dichiarazione di estinzione della pena risulta firmata dalla Procura generale. Nella stessa ordinanza si legge che Di Pietro, "benché risultato reperibile nello stato dell'Argentina, queste autorità hanno sino ad oggi negato l'estradizione del condannato". Il governo argentino disse dunque no all'estradizione di Di Pietro quando la polizia internazionale lo arrestò nel 1990? Già allora non esistevano degli accordi fra Italia e Argentina per il trasferimento dei condannati? Il primo, infatti, risulta siglato nel 1987. Resta da valutare se il caso di Di Pietro rientrava o meno fra quelli previsti dal trattato. Nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Catania la notizia non è passata inosservata. E c'è chi ha tirato in ballo una vecchia faccenda. Sembrerebbe, infatti, che all'inizio degli anni Ottanta l'archivio del Tribunale di Catania si sia allagato. Che la sentenza non sia stata notificata a Di Pietro perché è andata distrutta? Il dubbio c'è. Così come c'è la certezza che Giovanni Di Pietro oggi è un un uomo libero.

Sono decorsi i 30 anni entro i quali la condanna doveva essere messa in esecuzione. E potrebbe anche tornare ad Acireale dove alla fine degli anni Settanta rapì e uccise uno studente universitario, figlio di un industriale che si era spogliato dell'abito talare per sposarsi e mettere su famiglia. E si era fatto strada nel mondo dell'imprenditoria. Non poteva certo immaginare, un giorno, di dove piangere un figlio per una morte così violenta.
15 Luglio 2013
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